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SCRITTURA
Sarjarim era certo che quel nome sarebbe venuto a galla,
prima o poi. Poco prima che le due Lame lo attaccassero, aveva sognato
la ragazza dipinta; eper quei pochi minuti durante i quali era rimasto
vicino alla torre, aveva atteso di vederla comparire. Ma Cappuccetto era
sola.
Ad ogni modo, da quattro giorni Sarjarim aspettava con certezza l'esplicarsi
di quel sogno, ed ecco che il Guardiano dal volto fisso aveva nominato
Argjro, risvegliando timori che l'uomo credeva non suoi.
- ‘Ryley aveva paura di Argjro – disse Sarjarim, mascherandosi
in parte dietro al nome di un assente.
- Non conosco ‘Ryley – replicò la faccia immobile. –
Ma tu, Sarjarim? Anche tu hai paura di questa donna?
- ‘Ryley mi ha insegnato per anni; deve avermi insegnato anche il
suo terrore.
************** §§§§§§§ **************
Quattro lune prima.
Lorena tira il cordone consumato come se stesse affogando, e quel vecchio
cavo sfilacciato fosse l'ultimo appiglio che la separi dagli abissi.
I rintocchi della campana le sventrano i timpani, lei non ha modo di pensare
che giù in città suonano lontani, solo più disperati del solito. Spesso
rischia di essere colpita dalla massa di bronzo dondolante. E' salita
troppo vicino alla campana, non era così che l'avevano addestrata,
la solita vecchia lezione parlava di “disciplina nella catastrofe”.
La guardiana della
torre decide che gli addestratori non sanno nemmeno cosa sia, una catastrofe;
poi si rende conto che l'assalto di un esercito sarebbe pur sempre
una catastrofe gestibile. Non le Lame. Ma forse pensa così solo perché
quelle cose d'inferno le hanno tagliato un braccio.
Sa che Alberigo ha organizzato un rastrellamento di tutte le armi da fuoco.
Sono pochissime ma ci sono, ben nascoste nelle cantine di qualche fortunato;
l'emergenza stimola la cooperazione fino ad un certo punto, alcuni
non vogliono cedere la propria arma o addirittura negano di possederla:
Lorena, poche ore fa, prima di salire la collina con Roberto, prima che
i lampi impazzissero, ha assistito da lontano al pestaggio di un giovane
che non voleva consegnare la sua pistola.
Immagina che il corpo di difesa stia presidiando gli ingressi per impedire
alla gente di fuggire. Scorge i pochi difensori armati, guidati da Alberigo
in persona, uscire di corsa dalla porta ovest. Alcuni di loro sono a cavallo
e si lanciano verso il baraccone di Johanssen. Lorena non riesce a
contarli, deve tenere d'occhio la campana. Ci metteranno qualche
minuto a raggiungere il norvegese.
Ha l'impressione che Roberto la stia chiamando, la voce sovrastata
dallo scampanìo, e prova a sporgersi quel tanto che riesce senza dover
mollare la presa della fune. Alla base della torre, Roberto scandisce
il nome di lei e le mostra i due cavalli che ha recuperato. Lorena annuisce,
lascia andare la corda, scende le scale di corsa.
Il vecchio e la donna abbandonano la torre. Giunti alla base della collina,
spronano le bestie al seguito del drappello di difensori ormai lontani.
Lorena è così accaldata da non sentire la pioggia che le si abbatte addosso
quasi frontalmente.
Ora che la campana è muta, qualcuno giù in città comincerà ad avere paura.
- In tutto, dieci fucili e quattro pistole, kyrie. Tutte le armi
hanno poche munizioni.
Alberigo solleva il cappuccio di stoffa pesante per ripararsi il cranio
calvo. – Sono sicuro che Johanssen ha un arsenale.
- Non lo ammetterà mai.
- Sarà costretto, con le Lame sotto casa. E se non collabora, gli altri
hanno l'ordine di devastargli la baracca.
Il difensore annuisce esitante.
- Chi pensa solo a se stesso è un ostacolo pericoloso – spiega il
podestà militare. Poi urla: - Binocolo!
- Kyrie! – risponde un difensore più lontano.
- Riesci a contarle?
- No! Ma sembrano... venti, venticinque! Non di più!
- Movimenti?
- Sono vicine alla...
Un tuono.
-...Sono di meno!Kyrie, sono di meno, all'improvviso!
Alberigo corre verso l'uomo col binocolo.
- No, vedo quelle che mancano! Dio...
Il podestà non ha bisogno del binocolo per capire, è solo per istinto
che lo strappa di mano al suo sottoposto e lo punta verso la baracca.
Vede quattro Lame immobili, vicino alla costruzione, ma non sono loro,
quelle che sta cercando. Abbassa di poco lo sguardo, ed ecco, in mezzo
alla pianura fradicia, un gruppo di esseri grigi che corrono verso di
loro, veloci come cavalli al galoppo.
- Va' dal trasmettitore e avverti la difesa interna. Se entrano,
quelli con armi bianche le attacchino tassativamente alle spalle
– ordina
Alberigo, poi torna dall'altro difensore. – Arrivano. Armi
pronte, mirate alla testa, evitate il corpo a corpo. Fai girare l'ordine,
c'è rimasto pochissimo.
L'uomo obbedisce e corre ad avvertire il gruppo più vicino. Se la
staffetta riuscirà a fare il giro per tempo, sarà un miracolo. Alberigo
non ci spera minimamente, ma l'importante è che ci sperino i difensori.
A meno di un kilometro di distanza, il branco di Lame in corsa si apre
a ventaglio, e Alberigo comincia a contare i secondi.
************** §§§§§§§ **************
- Lei è qui – disse il Guardiano.
Sarjarim sgranò gli occhi. – Dove...
- Non è ammessa in questa sala, ti aspetta altrove. Devi togliere energia
alle vasche, dopo potrete parlare.
- Ti prego, almeno dimmi perché; e perché *io*.
- Perché ora esistono Lame a sufficienza. Non ne servono più, e non possiamo
sprecare risorse. Per ragioni di sicurezza, una sola persona è in grado
di fermare il processo, e quella stessa persona è l'unica che può
farlo ripartire, in caso di necessità. Non so perché sia stato scelto
tu.
Silenzio. Il Guardiano tese il braccio ad indicare il fondo della lunga
sala, una parete assolutamente spoglia, lontana diversi metri dalle ultime
vasche.
Sarjarim camminava fra le due file di contenitori opachi, posti ai lati
della sala. Era consapevole che trentasei esseri ormai completi dormivano
dietro quelle lastre color del buio. Le gocce che gli comparvero sulla
faccia potevano essere condensa così come semplici perle di sudore freddo.
Giunto alla parete, si fermò. Una porzione quadrata era ben distinguibile
dal resto del muro. Fece per toccarla, ma esitò. – Giorni fa, le
Lame hanno tentato di uccidermi. Due volte. E la seconda volta non so
nemmeno io come si chiamasse la cosa che mi ha salvato.
Era, quella, una tacita richiesta di spiegazioni, tuttavia l'uomo
artificiale lasciò passare alcuni istanti, prima di rispondere. –
Io sono solo il Guardiano.
- Credevo di aver capito tutto – mormorava Sarjarim.
- Allunga le mani, ora. E spingi quel pannello.
Sarjarim rinunciò a porre altre domande. Appoggiò le mani sulla sezione
quadrata e spinse, ma non accadde nulla. Si sforzò maggiormente, ed ecco
che quella sorta di grande pulsante prese a rientrare nella parete, senza
rumore.
Una fitta attraversò il corpo dell'uomo quando la sezione si bloccò.
Seguirono alcuni spasmi, e Sarjarim avvertì il graduale spappolarsi dei
suoi organi interni. Non riusciva a staccare le mani dal quadrato. Cadde
a terra solo quando il suo corpo non fu altro che un sacco ripieno di
materia confusa e ormai morta.
Il liquido amniotico veniva drenato dalle vasche: le ultime trentasei
Lame stavano per uscire.
************** §§§§§§§ **************
Quattro lune prima.
La baracca di Johanssen è vicina. Lorena distingue chiaramente tre Lame
e alcuni difensori. Uno dei difensori viene decapitato. Due Lame prendono
a correre improvvisamente verso la città, come il resto di loro ha già
fatto un minuto prima, mentre la terza, quella che ha ucciso il difensore,
rimane ferma. Uno degli altri difensori le insegue al galoppo, è armato
di fucile, esplode colpi a ripetizione. Le Lame non cadono e seguitano
a correre, il cavallo sembra star loro dietro a malapena. Lorena se le
vede passare di fianco a poca distanza.
Sono arrivati. Mentre ferma il cavallo, Lorena crede di scorgere una figura
enorme poco più in là della baracca, ma la visione è confusa fra gli alberi
e l'acqua ha ripreso a cadere con cattiveria animale.
- Tornate in città! Tutte le Lame sono corse lì, le avete viste! –
grida Roberto ai due difensori.
Gli uomini di Alberigo fissano la creatura in piedi vicino al corpo morto
del loro compagno. –Dobbiamo uccidere questa, prima! – urla
uno di loro, di rimando.
Roberto scende dal cavallo e raggiunge i difensori. – Questa Lama
aveva il compito di eliminare una persona sola, e così ha fatto –
dice, calmo. – Fra poco se ne andrà.
Il difensore che ha parlato distoglie lo sguardo dalla Lama, esitante.
L'altro abbassa il fucile.
Lorena pensa che la Lama potrebbe falciarli in due in qualsiasi momento.
Allo stesso tempo, sa che non lo farà. Il mostro, che ancora rivolgeva
i suoi occhi di vetro ai difensori esitanti, gira il capo verso ovest
e comincia a camminare, diretto da qualche parte nell'Eterno Territorio.
Il corpo senza testa viene volutamente ignorato, perché non è ancora il
momento di piangere i morti.
- Dov'è Johanssen? – chiede Lorena.
- Non lo sappiamo – risponde il difensore armato. – Avevamo
l'ordine di sequestrare le sue armi. Quando siamo arrivati c'erano
quattro Lame: una ha inseguito nel bosco un uomo che era con Johanssen;
un'altra ha cercato di attaccare Paolo, noi abbiamo provato ad aiutarlo,
però... insomma, lo avete visto, credo. Le due Lame rimaste si sono messe
fra noi e Paolo...
-...E se ne sono andate non appena Paolo è morto – conclude Roberto
al posto suo, annuendo. – I loro obbiettivi sono in città.
Lorena, pallida, sussurra all'orecchio di Roberto. –
Johanssen tiene dei fucili subito dietro la porta d'ingresso: dalli
a loro e falli andare via, io cerco nel bosco. – Corre alla ricerca
del punto dove poco fa ha visto muoversi qualcosa.
Non deve correre a lungo. Quello che trova la rincuora e la spaventa.
Per terra, in mezzo agli alberi, c'è un cadavere diviso in due,
all'altezza della vita. E' una Lama.
Il rumore di passi sul bagnato tradisce un'altra presenza. Lorena
riconosce l'uomo che Argjro aveva portato da Johanssen gravemente
ferito. Ora sembra illeso, sta camminando verso di lei.
- Cappuccetto – dice l'uomo.
- Sarjarim – fa lei.– Sei... guarito – aggiunge. Si
sente ridicola.
Sono uno di fronte all'altra, possono quasi toccarsi, e lo farebbero,
se non fosse per un assurdo imbarazzo che li ha raggiunti ed è quasi palpabile.
Anni di lontananza possono fare anche questi scherzi.
- E' stato Johanssen?- chiede Lorena.
- No.
- Come...
- Argjro – la interrompe lui. – Il dottore dice che è ancora
con te.
Lorena si volta indietro. – E' alla torre, adesso. Stava male.
- Cappuccetto, tu eri a Babilonia il giorno dell'attacco, vero?
- Sì. – Il pollice meccanico trema. – Quasi mille Lame, comparse
al mattino lungo tutto il bordo della conca. Gli Arconti non hanno mosso
un dito.
- C'era anche ‘Ryley?
- Sì... ma non stava con me, io ero nella zona esterna. Ci saremmo dovuti
incontrare quella sera, invece ci fu l'attacco e fino al giorno
dopo non ne seppi più niente. – Pensa alla scoperta del giorno dopo,
e si sente male. Al primo momento in cui riuscirà a rilassarsi, crede
che vomiterà.
Sarjarim esita. – Può darsi che sia stata Argjro. Anzi, sono quasi
sicuro.
Lorena apre la bocca...
- Vi conoscete? – chiede qualcuno alle sue spalle.
- Johanssen..! – sobbalza la donna.
Il norvegese è zuppo da far spavento, sembra un orco delle fiabe. –
Questo malato in testa crede di essere onnipotente – sbotta. –
Voleva mettersi da solo contro quattro Lame, e per poco non finiva fatto
a pezzi da una sola! Cristo, credevo che ce l'avessero con me. Cristo.
– Si abbassa, agguanta le gambe della Lama, comincia a trascinarle
via. – Datemi una mano a portare dentro questo schifo, prendete
l'altro pezzo.
- Questa mattina ne ho uccisa una – si giustifica Sarjarim. –
Mi è bastato un pugnale.
- Ma ti sei fatto bucare. E adesso il pugnale non l'avevi. Qualsiasi
controllo tu abbia sul tuo corpo, o magari anche sulle cose che ti stanno
intorno, non ti rende intoccabile e, cazzo, non ti autorizza a trascinarmi
con te blaterando che “tanto sono al sicuro”...
- Aspettate. – Lorena indica la Lama. – Chi l'ha uccisa,
quella?
Johanssen tace.
- Un'altra Lama – risponde Sarjarim. – Più grossa...
e senza testa.
La grande ombra che aveva visto arrivando. Lorena capisce, si acciglia
e punta il dito contro Johanssen.
Il mento del norvegese si sposta a destra, poi a sinistra. - Te l'avrei
detto. Te l'avrei detto.
- Da quanto l'hai terminato? – è la domanda rabbiosa di Lorena.
- Guarda i vantaggi, invece di lamentarti. Lui è salvo e abbiamo anche
un corpo quasi intatto. – Sputa. – Mi aiutate o no?
- Io non posso restare – dice Sarjarim, muovendo un passo indietro.
– Non dovrei essere qui, stavo andando... da un'altra parte.
Johanssen alza gli occhi al cielo e sbuffa.
Lorena guarda Sarjarim, senza cercare di comprendere. Non vuole chiedergli
nulla adesso, anche se forse un “dopo” potrebbe non esserci.
E' perché non sono soli, pensa. E' perché non sopporterebbe
di sentire. Si toglie il poncho da pioggia e glielo lancia. – Non
rifiutarlo, non saresti sincero – dice.
Sarjarim lo indossa.
- Dàgli un orologio – dice Lorena al norvegese. – Ti prego
– aggiunge, sincera, vedendo l'espressione di Johanssen. –
Hai più orologi che anni sulle spalle.
Johanssen sputa di nuovo, mentre si fruga in tasca. Tira fuori un segnatempo
d'oro e lo getta a Sarjarim, tenendo gli occhi altrove e mugugnando
qualcosa nella sua lingua ormai morta.
In silenzio, Sarjarim si addentra nel bosco. La Lama che ha ucciso il
difensore di nome Paolo si era incamminata pressappoco nella stessa direzione.
Un drappello di fiamme bluastre lo raggiunge da chissà dove e sparisce
insieme a lui, nella distanza.
Lorena, senza poncho, si sta impregnando d'acqua come una spugna
su due gambe. – Se è sveglio, devi mandarlo in città.
Johanssen scuote la testa. – Questi mostri sono veloci. Qualunque
cosa dovessero fare in città, hanno già finito.
************** §§§§§§§ **************
Prima ancora degli occhi, aprì le orecchie, ma non sentiva
niente. Nemmeno un suono. La pelle gli trasmetteva una sensazione di erba
bagnata e di un debole sole. Decise che era ormai sera e che aveva appena
finito di piovere.
Pioveva, poco fa? Chissà come faceva a saperlo. Non aveva ben presente
cosa fosse, “poco fa”.
Sentì dei passi, lontanissimi. Era grazie al silenzio totale che poteva
sentirli, e la curiosità gli diede un pretesto per provare ad aprire gli
occhi. Erano come sigillati, ci mise un po' a sollevare le palpebre.
Era sera, effettivamente. Il sole era quasi tramontato: gli ultimissimi
raggi investivano il suo corpo e la radura erbosa di fronte a lui. Vuota.
Perchè, vuota? Mancava qualcosa? Non ricordava. Nella sua testa, la non-voce
dell'Ombra ripeteva “La memoria, Sarjarim. La memoria ti gioca
continuamente brutti scherzi”.
I passi.
Era sdraiato a pancia in giù, le braccia lungo i fianchi, il mento a terra
e la faccia alzata. Ecco, c'erano delle persone in marcia davanti
a lui, sulla destra. Esseri umani. Una figura piccola, distaccata, guidava
il gruppo. Li contò: erano trentasei. Si allontanavano sempre di più.
Una specie di fuocherello blu si alzò da terra, a poche spanne dal suo
viso. Altri ne emersero qua e là. Parevano bestioline interessate a lui,
ma a parte “guardarlo” non facevano nulla. Fuochi fatui. Li
aveva già visti, lo avevano seguito, forse. Da dove venissero, non lo
sapeva. Gli veniva in mente una frase...
- I fuochi fatui sono i gioielli dei morti – disse qualcuno.
Non era stato lui. – Dove sei?
- Ti sto guardando in faccia.
- Non ti vedo.
-...Spostati a sinistra.
Allungò il braccio sinistro e avvertì un formicolio che gli attraversava
il fianco. Quando cercò di tirarsi su, capì con un certo disagio che il
suo corpo non rispondeva correttamente. Doveva trattarsi di un crampo.
Si sforzò, cominciò ad alzarsi. Avvertì un repellente gorgoglìo nell'addome
e si lasciò ricadere a peso morto, disgustato dalle sue stesse sensazioni.
Toccando terra, si era sentito stranamente molle. Ansimava.
- Non ti sei ancora riparato del tutto – disse la voce. –
Io non mi posso spostare. Devi strisciare.
Restò immobile alcuni secondi. Spostò di nuovo il braccio sinistro, stavolta
trascinando semplicemente il corpo più in là. Incominciava a distinguere
una forma umana, come se si trattasse di una porzione più scura del suo
campo visivo. Si trascinò ancora, e la ragazza divenne quasi del tutto
visibile, solo un po' sgranata.
Riconobbe i tatuaggi, aprendo un gran numero di scomparti del suo cervello
che aveva dimenticato. – Argjro. Il Guardiano mi aveva detto che
eri qui.
- Quando mi sono collegata, mi ha fatto aspettare che tu finissi di fare
quello che dovevi. Sono rimasta fino a quando non ti ha posato qui.
- Ti vedo male.
- Se ti sforzi ancora un poco, mi vedrai benissimo.
Fece quello sforzo, ignorando la tremenda sensazione di avere gelatina
nella pancia. In realtà non si era spostato di molto, ma adesso Argjro
sembrava fisicamente presente di fronte a lui. Occhi neri profondissimi,
infiniti. Avrebbe preferito non vederli così chiaramente, a dire il vero.
– Perché mi sono dovuto spostare? – chiede.
- Io non sono qui. Sto usando un sistema di comunicazione che non necessita
di un apparecchio ricevente. E' comodo, ma non è perfetto.
- Dove sei?
- Lontano. Non so quanto, perché non so dove sia tu ora, di preciso. Stiamo
andando a Babilonia con i superstiti dell'attacco, e c'è anche
Marwan, che ti sta cercando. Viracocha ci mostra la strada.
- Superstiti..?
- Due intrusi sono sopravvissuti.
Esitò. – C'è chi dice che gli intrusi non esistono.
- Sai che non è vero.
Ebbe paura della voce di lei. Come ‘Ryley, a suo tempo. Sprazzi
di memoria facevano capolino qua e là; non tutti gradevoli, va da sé.
Argjro disse – Non sono qui per il piacere di vederti, ma perché
devi fare delle cose. Ho poco tempo, presto mi chiederò cosa sto facendo
e magari andrò a parlare con Betta. E' il problema di essere incompleta,
anche se l' avevo messo in conto.
-...Cosa dovrei fare? Il Guardiano...
- Il Guardiano ti ha dato un compito, e tu l'hai eseguito. Qui c'è
la Casa della Nascita, vero? Un altro brandello. – C'era...
c'era, *prima*. Ora c'è solo erba.
- Sì. La Casa è sottoterra.
Provò a fare di no con la testa. – C'era un'ingresso,
quando sono arrivato.. era in superficie. Dici di aver parlato col Guardiano,
non hai visto nulla?
- Posso vedere solo te. E' con te che sono collegata. Devono aver
fatto emergere una parte della Casa, di modo che tu potessi entrare.
Una sorta di rigurgito interno lo scombussolò al'improvviso, seguìto
da una contorsione spasmodica dei tratti facciali. Qualcosa aveva preso
posto all'altezza dello stomaco. Magari era proprio lo stomaco.
- Io so una cosa su di te – cominciò Argjro. – Dimmi cosa
ti succede, quando ti feriscono.
Dovette pensarci sopra, quello scomparto mentale non si era ancora aperto.
– Guarisco – disse. –Guarisco in fretta. L'Ombra
mi disse che per farlo assorbo energia dall'esterno, e... controllo
il mio corpo. Uso l' energia per controllare, rallentare o velocizzare
le funzioni corporee,
credo.
- Riesci a farlo sempre?
- No. Ci vuole tempo a raccogliere energia. – Gli si aprì un altro
scomparto. – Penso che rubare energia alle cose provochi delle conseguenze
in quello che mi sta attorno. Non dipendono da me, non dalla mia scelta.
- Non mi sono spiegata. Intendevo dire, riesci sempre a guarire.. o a
volte guarire non è sufficiente?
Nessuna risposta stavolta, perché non ne aveva.
Alle spalle della ragazza il sole era ormai calato, e la luce, benché
non ancora scomparsa, andava scemando per cedere il posto alle stelle.
I lampi erano totalmente assenti in quella direzione, quindi Yerushalayim
si stava spostando e quello doveva essere il confine. Davvero non aveva
idea lui stesso di che regione si trattasse.
Si era alzato un venticello tiepido, l'erba e i cespugli si lasciavano
scuotere docilmente; i capelli di Argjro, invece, restavano fermi.
- La prima occasione è stata quando sono comparsi i fuochi fatui, ovviamente
– diceva la proiezione. – Poi, non so. Non conosco la tua
vita. L 'ultima volta, comunque, risale a poco fa. Il fatto è che
certe ferite uccidono, e nemmeno tu puoi sopravvivere con il petto squarciato,
senza testa, con le budella liquefatte, o che so io. Per certe cose si
muore, nessuno escluso. Sentì un gelo trapassargli
l'anima da parte a parte, mentre capiva.
Argjro concluse, inesorabile. –“I fuochi fatui sono i gioielli
dei morti”. Tu sei morto, Sarjarim.
************** §§§§§§§ *************
Quattro lune prima.
Lo sbarramento esterno non è servito a nulla, solo a sprecare munizioni.
Le bestie corazzate hanno scalato le mura puntellandosi con le falci,
in un punto dove l'avvertimento non era ancora arrivato. In realtà
la staffetta è stata bloccata da una Lama, che ha messo il difensore contro
il muro ed è rimasta lì, tenendolo fermo con i suoi avambracci da incubo,
senza
nemmeno graffiarlo. Il difensore ha passato due minuti a urlare. Quando
la Lama lo ha lasciato andare per arrampicarsi a sua volta, l'uomo
si è rannicchiato su se stesso e ha cominciato a piangere.
I numerosi colpi di fucile esplosi non sono andati a segno, oppure non
sono riusciti a perforare le armature in punti vitali. Alberigo sa bene
che, con l'attuale scarsità di mezzi, la difesa esterna non poteva
sperare di fermare le Lame, ma progettava di rallentarle e magari di ucciderne
due otre; invece il bilancio è disastroso, anche se nessuno è morto gli
unici risultati ottenuti sono la distruzione di cinque fucili e un povero
demente che si dondola nel suo stesso piscio.
Entro il tempo di tre o quattro lampi, già dieci persone incontrano il
loro angelo custode. Un bambino di sette anni viene tagliato in due verticalmente,
sua madre lancia mattoni contro la Lama che se ne va senza prestarle attenzione.
Una seconda Lama sfonda il cuore della donna
infilzandola alle spalle. Zampillando sangue dalla bocca, la donna crolla
in ginocchio, con un mattone ancora stretto nella mano.
Le tre Lame che irrompono nella locanda dei fratelli Onnis trovano tre
persone impiccate ad una trave. Per sicurezza, sventrano i corpi prima
di uscire. Stefano Onnis era ancora vivo, quando la falce gli ha divelto
l' intestino.
La testa di padre Gabriele lascia una discontinua scia rossa mentre rotola
fuori dalla chiesa. Una piccola folla si raduna vicino al portone, e la
Lama commette l'errore di uscire da lì. Un giavellotto le trapassa
il cranio e va ad infilzarsi contro lo stipite di legno. Il mostro si
contorce
e trema, muore quasi subito. Le gente ha paura di quel corpo blasfemo
inchiodato al portone, e quando sopraggiungono altre due Lame il gruppetto
si disperde urlando. Le belve, silenziose, portano via il cadavere.
La staffetta di sinistra si era interrotta spontaneamente per un colpo
di testa del vicecomandante Fortinbras, che ha preferito spostare il suo
gruppo alla difesa interna. I suoi difensori stanno crivellando di colpi
una Lama che cerca di uccidere un giovane dalla barba a punta. La Lama
zoppica e sanguina, prova ad avvicinarsi al ragazzo, fa passi molto lenti
e ormai poco coordinati. Finalmente crolla, il ragazzo caccia un urlo
isterico e le molla un calcio sulla testa, sfondando una lente. Il liquido
verde cola, si mescola col sangue che invece è di un normalissimo rosso.
Fortinbras fa portare via il ragazzo. Quattro Lame assalgono i difensori,
distruggono i fucili e recuperano il corpo senza preoccuparsi di cercare
la vittima mancata.
Il gruppo di Alberigo ha meno successo. Altre quattro persone vengono
fatte a pezzi sotto gli occhi del podestà; un difensore armato di spada
attacca una Lama alle spalle, come da ordini, mentre la bestia sta sgozzando
un ciccione: la infilza, quella se lo scrolla di dosso e lo manda a rompersi
il collo contro il bordo in pietra di un pozzo. La Lama inclina la testa
di lato e osserva il difensore morto. Lancia un sibilo agghiacciante,
corre via.
La quarta sorella Onnis, Elisabetta, corre al municipio. Vuole ripararsi
all'interno, senza rendersi conto che quella zona si è svuotata
e il corpo di difesa è impegnato altrove. La Lama che la deve uccidere
non si disturba ad allungare il passo.
- Rrrraaaaahh !!
Quell'urlo, dichiarazione di sfida e potenza, costringe la Lama
a voltarsi. Marwan, il boia, digrigna i denti e ripete l'urlo, a
spada sguainata. La Lama non è interessata al guerriero, si rigira, ma
in quei pochi secondi Elisabetta è entrata nel municipio e il mostro non
l'ha vista.
Marwan grida una terza volta per coprire i passi della ragazza, che sicuramente
si possono sentire anche dall'esterno. Non sa quanto fine sia ludito della Lama, è meglio non rischiare.
Si getta contro il mostro con passo veloce, vibra un fendente, la Lama
lo para. Le braccia di Marwan sono allenate, e la Lama ha difficoltà a
respingere l'avversario. Nessuno dei due si sposta: rimangono falce
contro spada, esercitando una pressione spaventosa.
- Yalla! – impone liraqi a se stesso. – Yalla!
– Sa di avere solo una manciata di secondi, prima che la Lama smetta
di farsi scrupoli e gli tronchi le braccia con l'altra falce. Si
rende conto che più vicino di così non arriverà più. Stacca la mano destra
dall'elsa; e mentre il braccio sinistro si fa carico di tutta la
spinta portata dalla Lama, Marwan imbraccia la baionetta e la pianta appena
sopra il ginocchio del mostro, infilzando la carne viva in un punto lasciato
scoperto dalla corazza. Preme il grilletto.
Due proiettili grandi come noci si impiantano nella gamba della Lama ed
esplodono, disintegrando la base del femore e tutto ciò che gli sta intorno.
Il contraccolpo scaraventa Marwan all'indietro, mentre la Lama si
accascia a terra senza un lamento. Sebbene monca, è ancora viva, cerca
di strisciare. Il boia solleva la spada e stacca la parte superiore di
quel cranio
fasciato, con un colpo secco. Come un'esecuzione capitale.
Un sottile rimorso, per aver ammazzato a quel modo un essere che invece
cercava di risparmiarlo, gli passa attraverso il petto, velocissimo. Non
lascia tracce.
Sente sibilare alla sua destra. Una Lama sbucata dal nulla gli si lancia
addosso e lo colpisce violentemente con la spalla, facendolo rovinare
a terra. Marwan rotola per diversi metri, solleva acqua e fango. Si rialza
tossendo e realizza di essere senza spada e senza fucile. Ma la nuova
Lama non lo degna di uno sguardo: si carica sulle spalle la compagna morta,
infilza i pezzi a mo' di spiedo e si porta via tutto, velocissima.
Nuove urla fioriscono, ovattate, insanguinando il silenzio.
Johanssen prende in braccio l'elfo ancora incompleto, con cura paterna,
e lodistende in una bara di legno all'angolo della stanza. Mentre
Roberto eLorena posano il busto della Lama sul tavolo ora sgombro, il
norvegese fa lstesso con le gambe, ricomponendo il corpo spaventoso dell'essere
morto.
- Avevi già incontrato quell'uomo? – chiede Roberto alla donna.
Johanssen gli mette in mano una grossa tenaglia. – L'ha chiamata
con uno strano nome...
- Questo va ad aggiungersi ai segreti che dovete mantenere – taglia
corto Lorena.
- Umf – brontola Johanssen.
Roberto non fa commenti.
– Va bene, - sospira Johanssen - parliamo di questo mostro.
Cinqueanni fa Lorena mi portò dei resti, e per Viracocha mi sono basato
su quelli... però erano completamente bruciati, in più mancavano le gambe
e un braccio. Fino ad oggi non ho più avuto sottomano il corpo di una
Lama, ora invece ne abbiamo uno praticamente intatto.
- Di solito se li riprendono – dice Lorena. Un pensiero a voce non
troppo alta.
Silenzio. Si sente la pioggia battere sull'erba fuori dalla finestra,
come in un sogno.
Johanssen inarca un sopracciglio. – Beh? – Indica la tenaglia
in mano a Roberto, con un cenno del capo.
Il vecchio ricambia lo sguardo. Passa la tenaglia a Lorena e tiene fermo
il corpo mettendovi le mani sul petto.
Lorena fa forza con l'attrezzo, tenta di piegare in avanti il collare
che circonda parte del volto fasciato. – E' duro – dice,
dopo essere riuscita a deformare il metallo solo leggermente.
- Certo che è duro – conviene Johanssen. Si avvicina alla donna.
– Devi fare leva più di lato, c'è una giuntura. – Prende
in mano la tenaglia insieme a Lorena, la sposta a sinistra, tira verso
di sé. Il collare si piega in avanti, lo snodo si sfibra.
Ora la testa è più scoperta. Roberto avvicina timoroso la mano, prende
una fascia, la tira. La fascia si spezza e Roberto prende a sbendare la
faccia della creatura. Piano piano, si svela un volto bianchissimo. Umano.
Almeno, quello che ne resta. Le orecchie sono ridotte a due buchi, il
naso è stato asportato, sostituito da una piastra metallica; la bocca,
privata delle labbra, è cucita da una sorta di cavo verde, così come le
palpebre, troppo piatte per pensare che nascondano degli occhi. Le lenti
circolari sono inchiodate sopra l'angolo esterno delle orbite. Da
esse partono dei collegamenti che entrano nella carne per arrivare in
qualche punto del
cervello. Niente ciglia, sopracciglia, capelli. Pelle tesa e liscia.
E' agghiacciante sapere di essere minacciati da creature così martoriate.
Roberto stringe ancora la benda tra le mani. – Signore, pietà.
La bocca di Lorena sta tremando.
- E' risaputo che le Lame sono esseri umani modificati – dice
tranquillo Johanssen.
- Sapere e vedere sono due cose diverse – ribatte Lorena,
la voce spezzata.
Johanssen non risponde. Prende un bicchiere e un taglierino per diamanti,
incide una delle lenti e fa colare del liquido verde nel bicchiere. –
E' con questo che identificano gli intrusi – dice.
Ancora silenzio.
- “La città è granda/et alta e longa e spessa/plena d'ogni
mal/e d' ognunca grameça” – recita Roberto.
Johanssen e Lorena lo guardano.
- E' un'antichissima descrizione di Babilonia – spiega
il vecchio – ed è scritta qui. – Mostra l'interno della
fascia. La frase, scritta in maniera irregolare, chiaramente a mano, è
ripetuta all'infinito lungo tutta la benda. – Avete in mente
la sentenza che insegnano ai bambini? “Stante in cielo Yerushalayim,
a Babilonia rimase unico il regno delle terre”. – Attende
un istante, poi continua. – Quando, settant'anni fa, i Gerusalemiti
invasero il cielo, cominciarono i lampi. A voi queste cose le hanno raccontate,
io c'ero. Anni dopo, comparvero le Lame. Sapete quello che fu detto:
che alcuni Gerusalemiti scendevano e si nascondevano fra la gente,
quindi le Lame li avrebbero scovati e uccisi; ma gli Arconti smentirono
tutto, decretarono che niente poteva scendere da Yerushalayim, che le
Lame erano pazze e andavano debellate.
- Quella scritta lega le Lame a Babilonia – azzarda Lorena.
Roberto annuisce gravemente.
- Se c'è davvero una guerra fra gli Dèi di Babilonia e quelli di
Yerushalayim, perché uccidere gli intrusi? – obietta la donna.
- Sono discorsi senza senso – interviene Johanssen. – Sia
gli Arconti che i Gerusalemiti hanno buoni motivi per uccidere gli intrusi
e anche per non ucciderli. Quella poesiola non significa per forza che
le Lame vengano da Babilonia. Non sta scritto da nessuna parte che le
fazioni siano solo due. – Il norvegese va all'altro capo del
tavolo, raccoglie un coltellaccio e squarcia il tessuto che ripara la
zona pubica della Lama. Osserva quello che c'è sotto. – Lo
sapevo – dice. – E' femmina.
Roberto e Lorena si avvicinano per vedere.
- L'hanno cucita anche qui – commenta il vecchio, disgustato.
Johanssen guarda Lorena. – In quella che mi portasti da Babilonia
avevo trovato tracce di mastectomia. Credo che le Lame siano tutte femmine.
- E' come mi disse Zann – ricorda Roberto. – Le allevano,
le addestrano e alla fine effettuano gli impianti. A questo punto, vorrei
vedere come sono prima dell'operazione.
Silenzio. Molto più a lungo, questa volta. C'è un particolare del
cadavere che ha fatto crescere una tensione terribile, già da minuti ormai.
- Non c'è bisogno di andare lontano, e lo sai – ridacchia
Johanssen. – Anche tu hai visto i disegni che questo mostro ha sulla
faccia.
Lorena prende un respiro, e parla. A voce bassissima, con gli occhi persi
nel volto deforme della Lama. Lentamente, scandendo. – Aggiungete
anche... questo segreto... alla lista..
************** §§§§§§§ **************
Era notte, eppure Argjro aveva ancora su di sé la luce
calda del giorno, che sembrava provenire da destra, nonostante la luna
stesse sorgendo da tutt' altra parte. Nel luogo da cui trasmetteva
il sole non era ancora tramontato.
Sarjarim era finalmente riuscito ad alzarsi a sedere. Ascoltava.
- Da quello che mi hai raccontato, - diceva Argjro – ti posso dire
che in realtà non esiste nessun congegno che interrompa l'energia
delle vasche. Quello che hai avviato è un semplice meccanismo che uccide.
Tu sei morto, e per rinascere hai succhiato tutta l'energia che
avevi intorno: in questo modo la produzione si è interrotta. Funziona
con una sorta di dinamo, credo,
quindi non si riavvierà da sola.
-...Ero davvero l'unico che potesse fermare il ciclo.
- Una qualsiasi altra persona, al posto tuo, sarebbe morta e basta.
Faticava a ricordare con chiarezza il momento della sua ultima morte.
Lei aveva spiegato che, morendo, il suo cervello subiva dei danni piuttosto
lunghi da riparare, ed era per questo che la memoria dell'uomo andava
e veniva. Queste cose l'Ombra non gliele aveva mai rivelate. Poteva
dirsene sicuro. A parte quella frase, con cui la non-voce liquidava l'argomento:
“La
memoria ti gioca continuamente brutti scherzi”.
- Io posso sentirti morire – continuava la ragazza tatuata. –
L'ho sentito poco fa, e lo sentii anche prima di trovarti e portarti
da Johanssen.
Si accigliò. – Non è possibile che tu...
- Sono veloce.
Rinunciò a ribattere, preso dalla sottile inquietudine che era leredità del terrore di ‘Ryley.
Argjro disse: - Hai fatto ciò che dovevi, alla Casa della Nascita. Ora
ti tocca trovare le crisalidi, e fare ciò che devi anche lì.
- Morire un'altra volta?
- Morire è quel che hai dovuto fare per i Padri. D'ora in poi farai
quel che devi fare per me.
– Non suonava come un ordine. Era una considerazione. – Tu
ti fidi ancora dell'Ombra e di ‘Ryley. Io ti dico soltanto
che l'Ombra ha scopi diversi dall'avere a cuore qualcuno:
chiediti
quante volte ti ha mentito e ha recitato la parte; prendi tutto il tempo
che vuoi per risponderti, ma fallo. – Chiuse gli occhi e li riaprì.
– Sto dimenticando chi sono. E' meglio che vada, o potrei
farmi troppe domande. Aspettati un nuovo collegamento domani o dopodomani,
dipende da quando ritornerò in me. – Per un momento, sembrò riflettere.
– Ci assomigliamo, io e te. Siamo due bastardi schizofrenici.
“Io dimentico solo le cose quando muoio” avrebbe voluto obiettare
Sarjarim. Tacque anche questa volta, perché Argjro si stava facendo strana.
Un'ombra parve disegnarsi sul volto di lei, come una nuvola nera.
- Qualsiasi cosa tu abbia detto a Lorena, hai fatto del male alla parte
di me che non capisce. Per questo motivo, io ti odio. – Si passò
un dito sotto l' occhio, come per asciugarsi una lacrima.
Poi sparì.
************** §§§§§§§ **************
Due lune prima.
L'essere che in città pochissimi hanno visto è pronto a partire, dietro
al baraccone. Johanssen l'ha chiamato Viracocha, come un antico
messia dimenticato. Potrebbe sembrare una Lama, se non fosse che è alto
due metri e mezzo e non ha la testa; in compenso, tre volti umanoidi,
bianchi, sporgono dal suo torso, due di essi in alto, ai lati, il terzo
più in basso, sulla bocca dello stomaco. In questo momento, solo il volto
a destra ha gli occhi aperti. Johanssen ha spiegato che le tre facce sono
sveglie a turno, una sola per volta: in questo modo, Viracocha non dorme
mai. Ha anche assicurato che le facce sono in grado di parlare. Finora
nessuno le ha sentite dire niente.
Il consiglio d'emergenza ha fatto il punto della situazione. L'attacco
è stato portato da ventiquattro Lame, ventuno persone sono morte, quattro
Lame sono state abbattute. In proporzione, la città si è difesa meglio
di Babilonia cinque anni prima. I motivi sono sostanzialmente due: linaspettato preavviso fornito dal boia e la maggiore organizzazione interna;senza
contare il fatto che attaccare una città murata è ben più difficile che
assaltare un fattoria, un villaggio, una carovana, o un viaggiatore solitario.
Anche se Babilonia non è nulla di tutto questo.
Comunque sia, le proporzioni non cancellano il sangue. Ventuno morti sono
un fallimento catastrofico. Anche padre Gabriele, il podestà religioso,
è rimasto ucciso, e il particolare che fosse un fermo sostenitore dellinesistenza degli intrusi sta facendo serpeggiare il sospetto fra gli
abitanti. Il fatto, poi, che tre delle creature uccise non siano riuscite
a portare a termine il loro compito, non cambia di una virgola la certezza
che “nessuno si salva dalle Lame”: puoi essere sfuggito alla
tua carnefice, ma prima o poi ne verrà un'altra a finire il lavoro.
Per scongiurare un futuro ritorno dei mostri con le falci, Alberigo ha
proposto che Elisabetta Onnis e Yigal Shanti, gli unici scampati all'esecuzione,
vengano allontanati dalla città a tempo indeterminato. E' vero che
un eventuale nuovo attacco non comporterebbe rischio alcuno per il resto
degli abitanti, ma c'è gente con la coscienza sporca e, se i due
rimanessero in città ad attirare le Lame, potrebbe iniziare una sorta
di caccia alle streghe.
Roberto ha suggerito che Betta e Yigal si rechino a Babilonia, per chiedere
asilo al palazzo degli Arconti. Il boia, tornato giorni prima sui suoi
passi senza addurre motivazioni, si è offerto di far loro da scorta fino
a quando non troverà tracce dell'uomo che sta cercando. Lorena si
è resa conto che una simile promessa di protezione è generosa quanto precaria,
sottomessa com'è alle priorità delliraqi. Per questo
ha chiesto a Johanssen di mettere Viracocha a disposizione dei due giovani.
Il norvegese ha dapprima protestato, più che altro per la soddisfazione
di farlo, essendo ben consapevole di non poter dire di no.
Lorena e Viracocha sono ora separati solo da pochi passi, dietro la baracca-laboratorio
di Johanssen. La faccia sveglia, zitta e inespressiva, le rivolge gli
occhi grigi. Lorena non può negare di essere spaventata da quella specie
di Lama gigante. A differenza delle sue simili meno massicce, Viracocha
ha un aspetto decisamente più artificiale, con quei cavi che gli attraversano
le braccia munite di falci, e le zampe da grifone, chiaramente meccaniche.
Eppure c'è anche molta carne viva, in quel corpo. Johanssen ci ha
lavorato per cinque anni, utilizzando i resti portati da Lorena come punto
di partenza, che però erano ben poca cosa, rispetto alla massa totale
del colosso nerastro. Quelle facce, anche se vagamente aliene, sono vive,
e dietro ognuna di esse c'è un cervello. Per non parlare della struttura
corporea centrale. Lorena non ha mai chiesto a Johanssen come si procurasse
il materiale. E sa che all'inferno esiste un girone riservato alle
domande non poste.
Viracocha non è il progetto più importante di Johanssen. Per questo il
norvegese ha acconsentito che partisse con le persone dirette a Babilonia.
Altre cose, sia vive che morte, crescono da anni nel suo baraccone, che
ha più piani di quanti non ne mostri. Lorena teme di non conoscerle tutte.
-E' una persona sola? – chiede. Aveva in testa questa domanda
già da mesi.
Johanssen scuote la testa, sorride come il diavolo che è. – Euno e trino. Con tutte le conseguenze del caso: una volontà, tre diverse
manifestazioni.
-La volontà di chi ?
-Conosce il suo compito e lo eseguirà.
-Uhm. La strada per Babilonia...?
-Conosce anche quella. Una strada particolare, più veloce, che conduce
fino al bassopiano in poche settimane. Il boia stesso non conosce quella
via, è un segreto per pochi.
A sentir nominare il boia, che attende con gli altri di partire, poco
più in là, Lorena si chiede per l'ennesima volta se l'uomo
a cui dà la caccia non sia Sarjarim. In quel caso, è una fortuna che Marwan
non abbia parlato coi tre difensori che l'hanno visto uscire dalla
baracca, unici
testimoni esterni del suo passaggio. L'eventualità che prima o poi
Sarjarim venga catturato comunque passa però in secondo piano, nella sua
testa, nel momento in cui vede Argjro avvicinarsi. Anche Viracocha ha
smesso di guardare Lorena per interessarsi alla ragazza dalla pelle quasi
olivastra.
Argjro, appena un'ora fa, ha chiesto di unirsi al gruppo. Non ha
voluto dire perché. Lei e il boia sembrano conoscersi, Lorena non ne sapeva
niente.
Argjro si ferma. – Gli altri sono pronti.
Lorena tace.
- Sto per partire – dice Argjro. – Non ci salutiamo?
– Ora sei... “sveglia” – fa Lorena. – L'altro
giorno no, perché anche se conosci Marwan e Sarjarim, li hai confusi.
Ma oggi sì, vero?
- Sì. In cinque anni avrai imparato...
-...Allora posso dirti che Sarjarim mi ha parlato di ‘Ryley. Di
te. Mi ha fatto venire in mente delle cose, e capirai che abbracciarti
e baciarti mi è un po' difficile, adesso.
Zitte, tutt'e due.
- Ho capito – dice poi Argjro. – Credo che fra qualche ora
comincerò a piangere.
- Io non ci resisto, così tanto. – Il suo mento già trema. –
Vai, per piacere. Vai.
La ragazza si passa la mano nei capelli. Resta per un momento con la mano
ferma in mezzo alla testa abbassata, guardando Lorena. Porta poi la mano
sulla nuca, infine l'abbassa, si volta, raggiunge gli altri.
Viracocha avanza un passo e cammina dietro di lei.
Incredibile a dirsi, Johanssen ha avuto la discrezione di mettersi da
parte, e non fa commenti. Dice solo: - Non dovremmo lasciarla andare.
Sarebbe meglio se potessi studiarla..
- Non è una cavia. Conta che hai già abbastanza da fare con la Lama e
con i morti dell'attacco.
Si gratta la guancia. – Già, quelli. Ieri ho fatto delle autopsie.
Roberto poi ha rassicurato tutti che non c'era niente di strano,
che erano corpi di persone normali, che gli intrusi sono una leggenda.
Gli avevo detto di mentire, naturalmente. – Si accorge che la donna
lo ascolta a malapena. – Rimugina finché vuoi – dice Johanssen.
– Ti aspetto dentro.- E si allontana mormorando: – Per
un po' la bimbetta non potrà chiamarmi Franco, almeno questo.
- Ci penso io se ti va, Franco. – Lorena conosce Johanssen abbastanza
bene da sapere che ha risposto “vaffanculo”, anche se lei
non ha sentito.
In un altro momento avrebbe riso. Ora preferisce sedersi sull'erba,
intanto che più in là Viracocha apre la strada ai tre giovani a cavallo,
col boia che chiude la fila tenendo la sua bestia un po' staccata
dalla comitiva.
Il cielo si va schiarendo. I lampi non se ne curano, esplodono nel loro
eterno temporale muto.
************** §§§§§§§ **************
Un altro dove.
Ci sono una non-voce e una testa. La non-voce non è neanche umana, e si
chiama Ombra. La testa un tempo era un uomo, e si chiama ‘Ryley.
La testa dice: - Alcuni sfuggono. Anche per anni.
La non-voce commenta che l'inesorabIlità non è un deterrente.
La testa dice: - Sì.
La non-voce aggiunge che forse la selezione va resa meno restrittiva.
La testa dice: - Siamo andati avanti per tanto tempo, e gli scrupoli rischiano
di diventare un grosso ostacolo.
La non-voce si astiene dal giudizio.
La testa dice: - Cosa pensano gli altri Padri?
La non-voce risponde che si sta valutando la possibilità di liberare e
far sorgere le Lame Bianche.
La testa mozzata di ‘Ryley annuirebbe, se potesse.
CAPITOLO X CONTINUA...